01/07/2009
AA-VV. ANTOLOGIA FUTURISTA IL CENTENARIO NEL CIELO- A LUCE MARINETTI
www.myspace.com/edizionifuturiste
ASSOCIAZIONE LETTERARIA D I E T R O L' A R T E
ANTOLOGIA FUTURISTA IL CENTENARIO NEL CIELO*
*(x Luce Marinetti)
ALESSIA BALDI ANTONIO SILVANI CLAUDIO BRAGGIO DANILO CHIEGO GIANLUCA D'AQUINO MANLIO PIAZZA MANUELA VIO MARIAELENA MALASPINA MASSIMO LEITEMPERGHER
a cura di Gianluca D'Aquino
PREFAZIONE
Un’antologia per il Futurismo nel suo 100 anniversario, un’opera collettiva con la libertà di tema e di stile, per il semplice e genuino piacere di condividere, lontano da qualsiasi divisione o eccessiva caratterizzazione sociale, politica, di stile narrativo o di tematica. Questo compendio di opere di amici scrittori uniti per l’occasione sotto l’insegna dell’Associazione Artistico-Letteraria “Dietro l’Arte” di Alessandria, rappresenta l’ennesima occasione che l’associazione e i nuovi futuristi desiderano offrire a chi produce narrativa di confrontarsi con i lettori in modo democratico e aperto.
Gli autori che hanno partecipato a questa iniziativa l’hanno fatto spontaneamente, senza ambizioni di tributo e senza doversi comprare il proprio spazio, è stato semplicemente fatto loro un invito, mirato, e ne è seguita una serena accettazione.
Va pertanto a loro un immenso ringraziamento per averci donato la propria opera, un ringraziamento che auspichiamo possa essere ripagato dall’attenzione e dal gradimento dei lettori, nella sincera speranza che questa piccola opera on-line possa presto prendere forma nella più consona versione cartacea cui, chi fa narrativa, piace accostarsi.
Gianluca D’Aquino
Alessia Baldi
…OMISSIS…
Mio cugino non sospetta che io abbia capito. Si vede dal suo sguardo, il solito, quel misto di autocompiacimento e commiserazione.
È lui che ha voluto portarmi qui e lasciarmi da solo senza le mie armi di ordinanza in questo rifugio di campagna isolato da tutto e da tutti.
Ho accettato di fare da cavia per questa importante e pericolosa operazione di polizia, da me coordinata come capo della Squadra Anticrimine, per suggellare una lunga e faticosa carriera costellata di successi investigativi. Confesso che, per la prima volta in tanti anni, proprio perché totalmente solitario nel mio insolito ruolo di bersaglio, sento un brivido lungo la schiena nel timore che qualcosa possa andare storto e mi sento disarmato e impotente di fronte all’incertezza dell’imprevisto.
Si tratta di incastrare qualcuno a me molto vicino, posso ben dire una parte di me, e l’attesa è snervante. Di chiaro qui c’è ben poco, solo la solitudine, oltre a un inquietante alone che pervade tutte le cose e mi attanaglia, una musica silenziosa che martellante mi tortura.
Sul tavolo di legno rosicchiato dai tarli e impolverato vi sono, in ordine sparso, solo oggetti obsoleti, oltre a qualche piatto e a qualche posata arrugginita: due forchette, un cucchiaio, un coltello; sparsi a terra, alcuni fogli di carta ingiallita dal tempo e una matita quasi del tutto consumata. Null’altro o poco più.
Devo stare calmo. Non posso lasciarmi sopraffare dalle emozioni proprio adesso. A volte, non ti puoi permettere di sbagliare, è tanto più vero quanto più sei direttamente coinvolto e toccato negli affetti, nei sentimenti, nel tuo amor proprio, nel tuo orgoglio, nella tua stessa identità.
Sento il fluire del sangue nelle vene come se scorresse al di fuori di me, impetuosamente. Rivedo ancora l’immagine straziante di quel corpo di bambina violato e a tratti penso che la mia morte potrebbe espiare, anche se solo in parte, la mia colpa, quella di non essere stato capace di evitarlo, io che sono responsabile dell’operato della Squadra Anticrimine e che, attenendomi al mio ruolo, raramente posso permettermi di fallire e nel modo più assoluto non posso permettermi di farlo quando sono in pericolo la vita, la purezza e l’innocenza di un bambino.
Il battito pulsante del mio cuore copre il rumore dei miei pensieri e li rende evanescenti, impercettibili i confini tra realtà e fantasia, tra verità e menzogna, tra bene e male. Questo coltello è una tentazione. Basterebbe un attimo, un solo colpo in un punto vitale per auto-annullarmi.
Ma devo stare attento. Rischio di rovinare ogni cosa e fare il gioco di mio cugino se perdo del tutto la lucidità. Devo fare in modo di non dimenticare tutte le circostanze di questa folle congiura. Ricordare mi infonde sicurezza e mi aiuta a mantenere la calma. So che solo quando prenderanno quel maniaco sarà veramente finita e si potrà respirare aria nuova, ma senza di me, che ho esperienza di queste cose, non ci possono riuscire.
La verità è che mio cugino, che è colpevole più di me perché asseconda i suoi istinti perversi mentre io li combatto, in realtà vuole la mia morte per prendere il mio posto defraudandomi di ciò che rappresento e, a tal fine, non trovando il coraggio di uccidermi, mi ha convinto non so come a organizzare la simulazione del mio trapasso, sfruttando i miei sensi di colpa e la mia temporanea debolezza.
Ormai avrà già avvertito i miei di quella che abbiamo concordato di definire “una disgrazia e un’irrimediabile perdita”; il corpo sarà stato senz’altro trovato nella mia abitazione così come previsto e una serie di particolari minuziosamente studiati porterà a identificare il cadavere con la mia persona. Come ha voluto farmi credere mio cugino, in molti all’inizio mi piangeranno e rimpiangeranno per l’inspiegabilità e la crudezza della mia dipartita, ma presto il caso sarà archiviato come suicidio e tutti, a poco a poco, torneranno alle proprie occupazioni ordinarie; allora, io sarò finalmente libero, senza più ruoli né schemi da seguire, e potrò spogliarmi di queste vesti logore di paladino della lotta contro il crimine.
Ma qui si sbaglia. Non può essere cancellata così facilmente la dignità del personaggio che per anni ho rappresentato con arguzia e intelligenza creativa emulando l’indiscusso protagonista di un certo genere letterario, il giallo, che mi ha sempre affascinato. Gli farò scontare per il resto dei suoi giorni l’atroce delitto che ha commesso.
Solo una persona conosce la verità, a parte naturalmente il sottoscritto che per il momento non può rivelarla perché significherebbe autoaccusarsi e mio cugino che, per ovvie ragioni, non ha interesse a farlo. Questa persona, che tutti considerano soltanto una bambina per la sua giovanissima età ma che nessuno, tranne me, ha mai compreso pienamente, è una mia piccola amica, che un po’ mi attrae per la forza dei suoi deliri di onnipotenza e un po’ mi spaventa per la sua innocente imprevedibilità. È una bambina della quale non posso confessare il nome nemmeno a me stesso e che, pertanto, indico con una sola iniziale fasulla, S., per non coinvolgerla più del necessario in questa storia e, nello stesso tempo, per rammentarmi in qualche modo della sua esistenza e della possibilità di salvarmi.
Mio cugino ha pensato a tutto, però mi ha sottovalutato; ha bisogno di me per sopravvivere, non può farcela da solo perché manca della tenacia, della costanza e della lungimiranza necessari per sostituirsi a me e occultare con successo l’inganno sul quale ha fondato la sua arte morbosa.
Dopotutto, secondo manuale, il colpevole ritorna sempre sul luogo del delitto e io lo sto aspettando... qui... con pazienza. È già tutto predisposto. Quando si accorgerà che io sono, nonostante tutto, ancora vivo e vitale e che per salvarsi dovrà uccidermi davvero, tornerà qui e il mio piano volgerà all’epilogo con il suo arresto in flagranza di reato ad opera dell’ingegnoso capo della Squadra Anticrimine e dei suoi uomini prontamente intervenuti nel momento cruciale. Tutti saranno dalla mia parte come è sempre stato e i miei e S. non dovranno più fingere di credere a mio cugino per reggere il gioco.
Prego che finisca tutto al più presto. Anche la carta sulla quale sto scrivendo questo racconto per ingannare l’attesa si sta ingiallendo sempre di più per l’umidità.
Questo colore giallo sbiadito così disturbante mi provoca inquietudine e mi fa riflettere ancora una volta sulla precarietà della vita umana, mi induce a immaginare che qualcosa di mostruoso ed eccitante al tempo stesso stia per accadermi.
Ora che ci penso bene... il giallo non è mai stato il mio colore preferito, soprattutto nelle sue sfumature dai contorni imprecisi e sfuggenti... ma non devo lasciarmi condizionare da stupide e improduttive superstizioni. La matita è ormai ridotta a un nulla e produce un rumore fastidioso a contatto con la carta; sarebbe inutile usare ancora il coltello per appuntarne la mina.
Tra poco sarò libero e mi riapproprierò della mia identità. Riscoprirò chi sono veramente, sottile risolutore di enigmi polizieschi o peccatore, cacciatore di maniaci o stanco suicida, vittima della mediocrità altrui o potenziale assassino. Una volta catturato quel criminale, distruggerò quello che ho scritto, tornerò in possesso dei miei strumenti di lavoro e continuerò a risolvere nella vita casi incredibili e svariati di malvagità umana e di affronto alla legalità con il mio consueto stile e l’amore per la verità che mi contraddistingue e questa diventerà solo una delle tante storie, probabilmente neanche l’ultima, che, reali o fittizie, raccontate o mai divulgate, caratterizzano la società attuale e ne fanno parte integrante e irrinunciabile.
Ma ora... il mio istinto mi dice che mio cugino sta per arrivare. Proprio come pensavo. Non hanno dato retta a quella povera illusa. Ne sono certo. I miei uomini lo hanno sicuramente seguito fino a qui e devono essere appena dietro di lui per coglierlo sul fatto.
Ecco... il chiarore del giorno filtra improvvisamente all’interno del casolare abbandonato. Ora il silenzio della stanza si è rotto. Sento che qualcosa si sta muovendo vicino a me. È una sagoma umana ma non riesco a individuarne i contorni perché la luce è troppo forte e abbagliante e mi fa troppo male. Non capisco. Alla fine mi ero convinto di essere solo all’interno e l’idea di essermi sbagliato mi sgomenta.
Ormai non ho più niente da raccontare a me stesso. A poco a poco riconosco questo posto. Non è come me lo ero immaginato. La verità è un’altra.
La verità è che il rifugio di campagna nel quale mio malgrado sono stato trasportato si trova solo in una zona indefinita della mia mente, che a casa nessuno mi aspetta più, che da molto tempo non ho contatti di nessun tipo con alcuno dei miei parenti, e tantomeno con mio cugino, e che non sono mai stato in un commissariato di polizia se non per motivi assolutamente ordinari e mai per lavoro o con un ruolo di responsabilità.
Ora riesco a sentire distintamente quelle urla... le urla provocanti di quella bambina che ha lottato come ha potuto contro di me, riuscendo solo a spezzare il dito mignolo della mia mano sinistra e la mia dignità, e che adesso mi guarda, ormai indifesa e dominata, alzare il coltello verso di lei... mentre la Polizia, seguendo gli ordini impartiti da un tale Commissario X del quale non ricordo bene la fisionomia ma il cui cognome mi è subito suonato stranamente familiare, irrompe con immutato ardore nello scantinato della mia casa di periferia ai margini della città. Ma questa è un’altra storia.
Antonio Silvani
VISITE DALLO SPAZIO
E' quasi mezzanotte e la campagna dorme in questa notte estiva priva di luna; il buio sarebbe totale se non fosse per i led intermittenti delle lucciole e, poco più in là, per le luci del campo da bocce dell’osteria. Quattro giocatori avanti con gli anni discutono animatamente sulla validità di una bocciata e le loro voci concitate disturbano l’immutabile concerto dei grilli. Seduti sotto il pergolato, altri quattro vegliardi osservano in silenzio i giocatori, hanno già parlato di tutto, che altro possono dire? Però non vogliono ancora andare a letto: perché sprecare tempo prezioso dormendo, quando manca poco a un sonno ben più lungo?
Ma uno dei matusalemme vuole ancora dire la sua, vuole rompere quel silenzio che porta troppi pensieri:
«E anche questa volta i Russi l’hanno messa in quel posto agli Americani!»
Per l’ennesima volta vuole commentare l’impresa che, il giorno prima, ha immortalato Juri Gagarin come primo cosmonauta della storia.
Il vecchietto se ne fotte dell’impresa spaziale, del progresso, delle conquiste scientifiche e tecnologiche, per lui sono solo diavolerie destinate a mandare il mondo a puttane, però, essendo un compagno della prima ora, ci tiene molto a sottolineare le vittorie ed i primati del comunismo, siano essi elettorali, scientifici o sportivi.
«Bella forza» gli ribatte il suo vicino di sedia, politicamente dall’altra parte della barricata «chissà quante persone hanno fatto morire di fame per quel voletto e poi quello che conta non è l’inizio: noi non ci saremo più, ma sono sicuro che i primi ad arrivare sulla Luna saranno…»
Un tremendo boato gli blocca il discorso e interrompe la partita a bocce e, subito dopo, una violenta fiammata a poche decine di metri rischiara per un istante la campagna.
Poi di nuovo il buio, il silenzio e il monocorde concerto dei grilli.
«Ma cosa sarà? Un attentato forse?»
«Proprio qui in campagna? Ma contro chi?»
«Forse sarà caduto un aereo! Forse ci sarà qualche ferito!»
«Può essere, andiamo a vedere!»
«Ma non è rischioso?»
«Sempre meno di quando caricavamo alla baionetta. Andiamo, dai!»
Gli otto vecchi, accompagnati dal padrone dell’osteria armato di torcia elettrica, si avviano verso il punto in cui c’è stata la fiammata.
E la vedono.
E vedono la sfera di metallo lucido, di circa un metro di diametro, sprofondata nel terreno per quasi tre quarti, con strane antenne che puntano verso il cielo. Nel silenzio della notte si ode chiaramente un ticchettio metallico provenire dall’interno dell’ordigno. L’erba, in un raggio di cinque o sei metri intorno alla sfera, sembra quasi secca, in certi punti bruciata.
«Madonna mia! Ma è uno Sputnik!»
«Esploderà mica? Il rumore che fa sembra quello di una bomba a orologeria»
«Se non è esploso cadendo non esplode più!»
«Comunque avvisiamo subito i Carabinieri!»
Il resto appartiene alla cronaca.
Arrivano le forze dell’ordine, arrivano le autorità, arrivano pezzi grossi dell’esercito ingallonati da capo a piedi, arrivano i pomposi docenti della vicina Università.
Non si può sapere nient’altro, nessuno può avvicinarsi, neppure i giornalisti.
Chissà la faccia di tutti questi papaveri quando, senz’altro con grande cautela, si cercherà di rimuovere la sfera, chissà la loro faccia quando si accorgeranno che in realtà è una semisfera appoggiata al terreno e ricoperta di terra lungo i bordi, chissà come ci rimarranno di merda quando, sollevata la semisfera, troveranno una sveglia, un salamino, una bottiglia di vino, una bustina di preservativi ed un biglietto con la scritta: “Satellite sperimentale per valutare lo stato di conservazione dell’equipaggiamento base del moderno astronauta”.
Ovviamente il biglietto reca anche il sigillo dell’Ordine Goliardico imperante in questa città!
Claudio Braggio
DOPO SAM DUNN, IL DILUVIO SENZA CHIARO DI LUNA
La faccia del Tabazzi è di quelle che presto si dimenticano e ti danno la certezza che non avrebbe mai potuto avere alcun successo nella vita. Quando ti trovi uno di questi individui al fianco sai che sgobberà per farti fare bella figura. Il Tabazzi lo sa che nessuno pensa a lui e che il suo compito è quello di pensare a tutto. Così quella sera, la stessa che aveva saputo con certezza della morte di Sam Dunn, aveva indossato un panciotto metà giallo e metà azzurro. “Che cosa stai facendo Tabazzi?”, il nome di battesimo è la prima cosa che si dimentica, “Lo sai che noi quattro entreremo in scena con i panciotti di Fortunato”. Il quinto panciotto comunque non c’era e tanto valeva provvedere in proprio, anche se il ruolo è in parte quello di servo di scena e in parte di elemento scenografico fisso.
In questa nostra epoca fatta di velocità viene premiato il pensiero che sopravanza la materia e allora perché non prepararsi ad affrontare il pubblico? Il pensiero che esternamente può renderci immobili per una due tre quattro ore con espressione imbambolata, estatica. Questo è il Tabazzi seduto su una sedia a fissare il pubblico in sala che comincia a dare segni di inquietudine e lancia parole cattive ed è già indaffarato con le cassette di ortaggi di scarto. La crisi economica si fa sentire anche a teatro. Quelle ex primizie non sono per lui che si è sempre definito l’antipasto dello spettacolo (e il Tabazzi si domanda perché non l’hanno messo alla fine secondo la linea di condotta del movimento?). Il piatto forte sono gli altri quattro, poeti paroliberi declamatori a raffica esternatori senza posa emozionatori di folle incandescenti.
Il Tabazzi ha composto delle tavole parolibere e diversi aereopoemi, ma dopo aver appreso dell’infelice dipartita di Sam Dunn ha pensato che non volesse più la pena declamare alcunché in pubblico. Ecco perché se quella sera decise di starsene zitto e immobile. Generando imbarazzo. Curiosità. Perplessità. Derisione. Avversione. Rabbia. Sorrideva ogni volta che il getto di qualche ortaggio omaggiava anzitempo l’uscita in scena delle quattro vedette del nuovo teatro di varietà. Quasi mai pomodori, forse a significare che un fondo di simpatia il Tabazzi era riuscito ad accattivarselo tra il pubblico.
Chi gli ha parlato di Sam Dunn la prima volta? Bruno; sì proprio Bruno, che l’aveva fatto così tante volte d’aver l’impressione di conoscerlo da sempre questo Sam Dunn. C’era qualcosa di contorto in tutto questo, gli pareva, perciò quel tempo sul palcoscenico dedicato alla meditazione e alla trasmissione del pensiero avrebbe potuto aiutarlo a far chiarezza. La notizia della morte in ogni caso era stata confermata. Si attendeva soltanto la pubblicazione. Ogni speranza era svanita e c’era pure un editore che confidava non avvenissero né ripensamenti, né inopportune resurrezioni foriere di ristampe tipografiche con maceri di carta invenduta.
Da quel momento in poi che la notizia fosse vera o meno aveva poca importanza perché c’era già un piccolo gruppo che la credeva possibile e la propagandava. Tutto lavoro prezioso da non sprecare. E tra poche settimane sarebbe stato messo tutto quanto nero su bianco. Tuttavia il Tabazzi si domandava perché mai Bruno si preparasse già da tempo alla dipartita di Sam Dunn se questa era stata improvvisa e violenta. Di certo Bruno era in possesso di informazioni a lui ancora celate. Altrimenti avrebbe significato che in lui esistevano doti di preveggenza tali da far accapponare la pelle o di far sudar freddo come talvolta gli capitava andando in scena.
La domanda. Ognuno ne ha una a questo punto. A ciascuno la propria. Che tenta di insinuarsi fra le altre. La mia no, senza bisogno di sottolinearlo. Lascio fare al Tabazzi, il quale credo ritenga sia meglio un’azione, dopo tante repliche in muta e immobile esposizione. Così quella sera dei quattro panciotti di Fortunato e uno di sua ideazione e fattura, il Tabazzi portò con sé una rivoltella. In una tasca interna della giacca, rinforzata alla bisogna. Tre proiettili per ogni tasca esterna della giacca, per maggior sicurezza. Caso mai fosse venuta la tentazione d’usarla anzitempo. Come vuole la legge del teatro di varietà, la velocità di esecuzione deve combinarsi con la sorpresa e raccordarsi con la tempistica delle battute. La spalla porge e il comico prontamente afferra il momento. Un momento primo o un momento dopo e l’effetto si disperde, foss’anche quello di un colpo di rivoltella.
Il Tabazzi avrebbe voluto vivere come Sam Dunn, che non aveva mai conosciuto e mai più avrebbe potuto farlo perché era data per certa la sua morte. Sapeva quel che occorreva dai racconti di Bruno e di un suo amico editore, che pure lui non doveva averlo conosciuto perché faceva sempre troppe domande su questo o quell’episodio e sulle donne che aveva conosciuto e sul suo vorticoso stile di vita. Forse ne sapeva qualcosa di più del Tabazzi, ma non per questo poteva sentirsi in diritto di accreditarsi come amico. Neppure quando affermava che da lì a poche settimane proprio per merito suo e della sua arte tutti avrebbero saputo non soltanto che “Sam Dunn è morto”, ma anche molti particolari della sua esistenza. Al Tabazzi sembravano affermazioni un poco sconclusionate viziate dal rum, dalla grappa, dalla vodka, dal cognac, dal whisky, anche dal whiskey, dal marsala, dal genepy, dal gin, dallo champagne, dal brandy… D’accordo, neanche Sam Dunn era astemio. Neanche Tabazzi. Bene, neanch’io appartengo a questa schiera di affamatori di vignaioli e contadini e distillatori.
Lo sparo. Lo sparo c’è stato. La sera stessa. Dopo il forsennato lancio di ortaggi a ingombrare scena e proscenio infilandosi sin dentro le quinte di destra e di sinistra. Neanche ai mercati generali dopo la distribuzione all’alba viene lasciato tanto scempio eppure in concomitanza con la loro tournée in ogni città che occupavano poeticamente, per una sorta di tacito e generale accordo, il desolante marciume multicolore delle verdure e delle frutta di stagione veniva trasferito nel luogo di spettacolo. Il teatro e il raffronto con la vita. Il teatro e il suo doppio. Il teatro rappresentazione che si confonde con la realtà. Qualche volta il Tabazzi salvava qualche scampolo di realtà non marcito per cucinare una zuppa futurista della vendetta. Una zuppa antica che piaceva al punto da non essere classificata passatista.
Ci siamo persi lo sparo. Come il Tabazzi s’era persa la pistola e tre dei proiettili, finiti nelle mani di Luigi e Umberto i quali per la smania di provarne il funzionamento finirono coll’armare il cane e farlo scattare provocando la detonazione che interruppe il torpore del rilassamento che segue il pasto consumato dopo che s’è esaurita l’adrenalina prodotta dall’esser andati in scena. Uno sparo e via altra adrenalina. Un rimprovero, la rivendicazione di possesso dell’arma, uno schiaffo, due colluttazioni, tre tafferugli e il dopo teatro s’era bell’e organizzato (ovvia, come l’Aldo che se c’è da menar le mani smette di comporre la sua rivista e ti attende a piè fermo nel suo locale preferito in quel di Firenze; e quella volta non mi ricordo che ci fosse anche lui; bisogna chiedere al Tabazzi, se ancora la memoria lo sorregge, non come le gambe poveretto).
Un proiettile sparato vicino all’orecchio è fastidioso e non soltanto per l’acufene che produce: qualche centimetro più in qua e il malcapitato non ha più preoccupazioni, qualche centimetro più in là ed è tutta una lamentela che facilmente degenera in rissa. Potenza dei rumori forti e improvvisi. In questo caso però la reazione immediata e violenta fu quella del Tabazzi vistosi espropriato momentaneamente dell’arma e definitivamente di una delle pallottole, portando a cinque i lunghi proiettili dell’elegante Lebel calibro 8 modello 1892 a doppia azione, particolarmente adatta ai mancini come il Tabazzi perché tamburo ed espulsore fuoriescono dalla destra e per questo motivo la si poteva scambiare facilmente con l’ufficiale francese che l’aveva in dotazione offrendogli un’altra pistola, un poco più elegante anche se meno robusta e precisa. La cassa di bottiglie di champagne non poteva essere considerata un omaggio perché scolata in egual misura e con la stessa foga da acquirente e venditore.
Orbene. A farne le spese fu soprattutto un gatto attratto dagli odori del camerino-cucina con feritoia a livello marciapiede. Miagolò in quel modo sgraziato che se per un aspetto ti rassicura in merito alla sua esistenza in vita, dall’altra parte ti lascia seri dubbi sulla sua integrità fisica. Non si fece acchiappare e mai ci fu dato sapere. Così rimanevano cinque colpi. Buoni per cinque rappresentazioni. Perché l’idea piacque a tutti, anche al Tabazzi. Quindi tutti quanti tranne il Tabazzi si accapigliarono per stabilire chi avrebbe sparato di volta in volta, secondo una lista di merito che escludeva Luigi o Umberto o tutti e due in quanto già felici autori di uno sparo.
Quando finirono di litigare e stavano abbozzando una specie di accordo il Tabazzi con calma serafica sentenziò che rimanevano soltanto quattro pallottole per altrettanti spettacoli, perché il quinto proiettile era per un doveroso omaggio a Sam Dunn. Pressoché tutti non compresero la gravita dell’affermazione e annuirono sottolineando che essendo sua l’arma aveva buon diritto a tirare almeno un colpo. Soltanto il cervello di Bruno venne attraversato da un lampo che lo fece sudar freddo e tremar le ginocchia e traspirare in modo intenso. Un riferimento a Sam Dunn troppo preciso e immediato per essere ignorato o frainteso. La storia aveva prodotto il suo effetto ancor prima di essere pubblicata e il romanzo si poteva trasformare in realtà prima che fosse possibile negare ogni suo legame con fatti e persone realmente esistite.
Occorre dire due cose sul Tabazzi. Circolano due voci entrambe accreditate: che fosse un pazzo e che fosse un idiota. Il Bruno le aveva diligentemente annotate e riportate in quel che sarebbe da lì a breve diventato il suo romanzo più noto. Direttamente ispirato dalla vita, non soltanto di quella del Tabazzi, anche se in qualche tratto sparpagliato lo si può facilmente riconoscere. Per questo i 95 chilogrammi per un metro e ottantanove che talvolta rispondono al nome di Tabazzi si sono identificati in molti tratti con le descrizioni di Sam Dunn. Quasi tutti noi tendiamo a riconoscersi nei nostri tratti generali.
Bruno fece un rapido conteggio mentale e dopo aver verificato almeno quattro volte con fulminei intelligenti e penetranti occhiate scambiate con tutti gli altri componenti l’estemporanea compagnia teatrale, tirò un sospiro di sollievo constatando che le repliche previste erano soltanto altre tre. C’era un margine di sicurezza. Sempre che fosse servito. Del Tabazzi non ci poteva fidare sempre. In fondo la rivoltella se l’era portata dietro senza dire nulla a nessuno, pensando di fare una piccola sorpresa o una cosa buffa, come quella volta che fece irrompere in platea delle galline smorzando l’effetto della declamazione della “vispa Teresa”, colpo a sorpresa che fummo costretti a giocar meglio in una piazza successiva. Il Tabazzi è buono e generoso, ma non è in grado di pensare.
Noi che invece abbiamo il bene dell’intelletto non abbiamo posto per le altre buone qualità e il Tabazzi ce lo teniamo ben stretto come ulteriore finanziatore. Perché il Tabazzi è ricco. A venticinque anni ha ereditato 12 milioni di lire e a ventotto ha saputo ridurli alla più pratica dimensione di 4 milioni. Questa ricchezza meno ingombrante riusciamo a godercela in spese di viaggio, pernottamenti e cene. Una vera fortuna per il Tabazzi, che prima di conoscerci apriva e chiudeva regolarmente imprese commerciali sballate come quella di creare un emporio del lusso più sfrenato su una nave da crociera che faceva approdare in tutti i porti delle coste più povere, nella convinzione che si desidera soprattutto quel ancora non sai di desiderare e se ti viene mostrato non puoi più farne a meno. L’idea di evitare i porti commercialmente più importanti e ricchi poggiava sull’intuizione che fosse inutile andare dove c’era già concorrenza. Si sentiva un pioniere e perciò nel suo ufficio aveva fatto appendere una grande cartina del mondo su cui piantava una bandierina su ogni porto visitato dalla sua nave esclamando “Oggi ho aperto un nuovo mercato!”. L’impresa fallì miseramente perché dopo un anno di infruttuosa navigazione l’equipaggio lanciò la falsa notizia dell’affondamento del bastimento, approdò a un porto ricco e importante dove vendette sottocosto l’intero carico, infine modificò il nome della nave avviando un più semplice e lucroso traffico di merci, di contrabbando e no.
Noi tutti abbiamo sempre voluto bene al Tabazzi e lui in cambio non ci ha mai fatto del male, badando sempre non colpirci durante le risse che durante o dopo molte rappresentazioni noi o il pubblico istigavamo. Se gli avessimo rivelato che la storia di Sam Dunn era tale, appunto una bella storia e nulla più, ci sarebbe rimasto male. Non ce lo saremmo mai perdonato. Forse ci avrebbe anche picchiati. Non si sa a che cosa può condurre una forte delusione. E poi il Tabazzi aveva una pistola, cinque colpi e una faccia che se la descrivi alle forze dell’ordine non rimane in testa e finisce con confondersi con mille altre. No, non avevamo fotografie di Tabazzi e quando si scattavano quelle di gruppo trovava sempre qualche occasione o scusa per defilarsi. Era anche un timido.
Bruno decise di prender di petto la situazione. Non subito. Avrebbe dovuto attendere la pubblicazione del libro. Nel frattempo si esibirono nelle tre piazze previste e i tre colpi di pistola vennero sparati. Non uno in scena. Il primo fu esploso a vuoto la sera prima della rappresentazione per fare una prova per trovare il momento più adatto a ottenere il massimo effetto (sul tema era sorto un interminabile duello verbale a cui lo sparo pose fine). Il secondo fu sparato fuori dal teatro al termine della serata come segno di delusione perché il pubblico assommava a soltanto otto persone. Il terzo fece semplicemente cilecca e tutti furono concordi che fosse dovuto a un difetto di fabbricazione della pallottola.
Quando il libro di Bruno venne all’onor del mondo una delle prime copie andò in dono al Tabazzi, il quale commosso sino alle lacrime ringraziò un milione di volte e abbracciò e baciò tutti quanti e si apprestò a leggerlo in un luogo appartato e tranquillo, con emozione e venerazione. Nessuno ebbe il coraggio di dirgli che si trattava di un romanzo di fantasia, ma se talvolta le parole possono ferire o compiacere, aiutare o distruggere, far innamorare o produrre odio, in molti casi non riescono a produrre effetto alcuno. Il Tabazzi lesse il libro, ne siamo convinti, ma da quel giorno non l’abbiamo più veduto, né avuto notizie eccezion fatta per una cartolina illustrata che ricevette Bruno con uno scritto dal senso criptico “la decadenza e il decadentismo sono malattie infantili che i genitori trasmettono ai figli”.
Danilo Chiego
UN ADOLESCENTE IN FUGA
E' notte. Sono nella mia stanza con mio figlio e guardo la pioggia che scende copiosamente dal cielo. Che giornata! Il maltempo si abbatte ormai interrottamente da giorni e non sembra voler concedere tregua. La chioma degli alberi si muove a ritmo di valzer. L’acqua, il sibilo del vento e il fruscio delle foglie formano una piccola orchestra che accompagna la mia mente nei sentieri più tortuosi dell’immaginazione.
«Papà a cosa pensi?»
La voce di Giorgio mi giunge alle orecchie come musica. Lo fisso per un istante ma non gli rispondo.
Capita in certi momenti di pensare alla vita intesa come arco temporale nel quale l’uomo nasce, cresce e muore. Capita altrettante volte di pensare al passato e agli avvenimenti che lo hanno caratterizzato, che segnano la persona e ne contribuiscono alla formazione morale.
Tutti dicono che l’adolescenza è importante per un ragazzo e che forse è la tappa più bella dell’esistenza. Per me fu in parte così…
La mattina la sveglia era una spada nel petto e quel trillo odioso era solitamente accompagnato dall’urlo di mia madre. Non avevo più voglia di affrontare la scuola e di andare avanti in quelle monotone giornate. Avevo bisogno di qualcosa di nuovo.
Frequentavo l’Istituto Commerciale, erano stati i miei a decidere quella scuola, ignorando l’unico mio desiderio: quello di diventare marinaio. Volevo seguire le orme di mio nonno che mi aveva insegnato tanto a riguardo. Fin da piccolo mi portava a visitare le navi da guerra ormeggiate in porto e mi insegnava l’antica arte marinaresca dei nodi e io lo seguivo con grande interesse. Mi dava vere e proprie lezioni di vita educando al rispetto. Diceva sempre:
«Davide ascolta il tuo cuore che ti porterà sicuramente in alto»
Non sapeva, il nonno, che i suoi figli mi avrebbero costretto a studiare, per giunta in una scuola inadatta.
Qualche volta marinavo la scuola per piacere e per ribellione. Ero stanco dei professori che continuamente si lamentavano per le assenze e per il mio comportamento esuberante. Non avrei mai voluto fare il ragioniere, ero e sono attivo e solare.
Il sabato era il giorno che amavo di più, perché potevo fare più tardi, soprattutto in estate.
Nonostante l’incostanza nello studio, superai il primo anno scolastico con la media stentata del “sei”.
Mi andò bene, anche se i miei non erano particolarmente soddisfatti.
Passò come un fulmine anche quell’estate torbida.
Iniziai il secondo anno scolastico così come avevo concluso il precedente: poca voglia di studiare, notti brave e qualche birra di troppo.
Avevo 16 anni, ero piccolo di statura e anche se avevo completato la fase di sviluppo non traspariva in me ancora la fisionomia di “ometto”.
Quell’anno avvenne un incontro significativo.
Un giorno mi recai a scuola con fare più intraprendente del solito. Era una mattina uggiosa, una di quelle che caratterizzano Ottobre. Nell’aria si percepiva un non so che di piacevole. Il vento scompigliava i miei folti capelli. Prima di salire al primo piano, ero solito fermarmi al distributore di merendine, la più comune “macchinetta”, per rifornirmi di patatine. Quella mattina mi avvicinai e notai una bella ragazza alta, non proprio magra e mora, alle prese con l’aggeggio. Notai in lei una certa dolcezza e delicatezza, osservai i suoi modi fini e i suoi lineamenti e mi incuriosì la sua inesperienza nell’utilizzare la snacks machines.
Mi vide arrivare e quasi mi invitò ad aiutarla con un cenno degli occhi. Mi feci dare le monete, le infilai nella feritoia e le chiesi gentilmente il nome. Si chiamava Daniela.
La salutai con garbo e mi recai a lezione.
In classe quella mattina la mia mente viaggiava altrove. Dovevo prendere una decisione che avrebbe cambiato la mia vita. Fissavo la professoressa di Economia Aziendale intenta a spiegare alla lavagna, ma non percepivo nessuna parola di quello che diceva. Nella mia testa risuonavano come una musichetta le parole di mio nonno:
«Davide ascolta il tuo cuore che ti porterà sicuramente in alto»
Pensavo anche a quella ragazza che avevo conosciuto poco prima e a quanto mi piaceva.
La tanto amata campanella suonò indicando la fine dell’ultima ora. All’uscita il destino mi diede la seconda opportunità per aiutare quella che poi definii la “dolce imbranata”.
Notai Daniela che, accovacciata per terra, raccoglieva alcuni fogli volati via a causa del vento. La salutai e le diedi una mano a recuperarli. Quando si alzò, mi guardò dritto negli occhi. Un brivido mi percorse la schiena, ero in balia di un’emozione forte. Mi sussurrò qualcosa che non percepii, poi prese una penna e un foglietto di carta, scrisse qualcosa e me lo porse. Quindi scappò via.
Rimasi quasi imbambolato con il foglietto in mano e la osservai mentre saliva frettolosamente sul bus. Sparì davanti ai miei occhi senza voltarsi. Con le mani tremolanti aprii il pezzo di carta e notai un numero di telefono seguito da “Chiama nel pomeriggio. Daniela”.
Per un momento ebbi la sensazione di volare, sentivo qualcosa di indecifrabile nello stomaco. Tutto intorno a me sembrava lieto e armonioso.
Raggiunsi l’autobus che stazionava alla fermata e rincasai.
Quel giorno, a tavola, mia madre iniziò a rimproverarmi sotto lo sguardo divertito di mia sorella:
«Davide, ai colloqui i professori hanno detto che rischi l’anno. I voti sono calati e tu non sei mai sui libri! Sei uno scansafatiche e nella vita non combinerai mai nulla!»
Non ce la facevo più. Ero quotidianamente umiliato e ai miei non stava mai bene niente. Per loro dovevo diplomarmi e poi laurearmi. Spesso tessevano in pubblico le lodi di Giulia, mia sorella, che stava per terminare gli studi Universitari.
Mi alzai di scatto e urlai:
«Basta! Io voglio arruolarmi in marina!»
Il silenzio piombò nella stanza. Nessuno parlava. Corsi piangendo in camera mia, soddisfatto per aver esternato in quel modo il mio desiderio. Fuori, mia madre gridava con mio padre, forse colpevole di non essere intervenuto per frenare la mia ira.
Ero disperato. Mi buttai sul letto e piansi a lungo, finche non mi ricordai di Daniela. Delineai nella mia mente il suo profilo splendido, poi alzai la cornetta del telefono e composi il numero che mi aveva scritto sul foglietto.
Rispose lei e pareva contenta di sentirmi. Mi domandò se avessi avuto piacere di incontrala qualche pomeriggio. Così mi indicò la strada di casa e io affermai che conoscevo bene la zona e che sarei sicuramente andato a trovarla.
Ero contento di aver chiamato ma ancor di più lo ero per il suo invito.
Nei giorni successivi, mi informai sul suo conto. Mi dissero che frequentava la 2^A e che era una studentessa modello. Pensai a quanto fosse fortunata a essere bella, simpatica e capace nello studio! Non ci incontrammo per giorni, così decisi di andare a casa sua.
Presi la bicicletta e iniziai a pedalare desideroso di arrivare. La sua abitazione non era molto distante dalla mia e nel giro di venti minuti giunsi a destinazione. Davanti ai miei occhi si mostrava una grande casa a due piani, circondata da un immenso giardino di fiori e palme. Il sole illuminava le pareti bianche e ne esaltava la bellezza.
Mi avvicinai timoroso al cancello e suonai al citofono. Non feci in tempo a dire nulla che subito il cancello si aprì.
Camminai lungo il viale di ghiaia bianca e vidi Daniela uscire dalla porta centrale e venirmi incontro. Ci salutammo calorosamente e mi invitò a entrare prendendomi la mano, così come si fa con un bambino che non conosce la strada. Mi condusse in una grande sala in stile moderno e mi invitò a sedere su uno dei tanti divani presenti. La stanza era enorme: una libreria di legno sovrastava la parete di fronte a me e a sinistra c’era un imponente caminetto rivestito di pietre.
Mi fissava con molta discrezione mentre io continuavo a compiacermi della casa.
Quel giorno parlammo tanto. Mi raccontò dei suoi genitori e da come ne parlava, sembrava che fosse molto affezionata. Suo padre era un medico e sua madre una docente Universitaria. Spesso erano costretti ad assentarsi per lavoro e lei viveva in compagnia di una tata. Ascoltavo attentamente le sue parole che arrivano alle mie orecchie come musica e allo stesso tempo pensavo alle difficoltà economiche che affliggevano la mia famiglia. Cercai di non parlare dei miei genitori e del mio rapporto con loro.
Discutemmo della scuola e dei docenti che avevamo in comune, malgrado le sezioni differenti, e ridemmo della professoressa di Matematica, una tipa ridicola che portava la parrucca. Mi offrì dei biscotti appena sfornati che mangiai volentieri.
Ormai tardi, mi accompagnò al cancello. I nostri occhi si incrociarono e le sorrisi, allora lei avvicinò le sue labbra alle mie e mi baciò.
Presi la bici, contento del pomeriggio passato insieme e ritornai a casa.
La mattina seguente non andai a scuola, mi recai alla Capitaneria di Porto per prendere i documenti necessari alla domanda di arruolamento. Fu un giorno importante, che segnò una tappa fondamentale della mia adolescenza.
Uscii fiero dagli uffici e immaginai come sarebbe cambiata la mia vita lontano da tutto e da tutti, sulle navi o sulle motovedette, come sarebbe stato bello volare sulle onde del mare, varcare la soglia del sogno e giungere in un mondo tutto nuovo.
Con i documenti e i certificati ben stretti tra le mani tornai a casa. Mi chiusi in camera e compilai la domanda che avrebbe dato una svolta alla mia vita.
Ora però c’era un ostacolo arduo da superare: la firma dei genitori. Decisi di affrontare tutto il giorno stesso e aspettai l’ora di pranzo per parlare con i miei.
Dissi loro che avevo preso una decisione della quale ero fiero e che mi ero procurato già tutti i documenti necessari. Mia madre scoppiò a piangere, mentre mio padre cercava invano di calmarla con discorsi che mi sorpresero. Infatti, lui appoggiava la mia scelta e aveva fiducia in me.
Ricordo che dopo un po’ mia madre abbracciandomi mi disse:
«Va bene figlio mio e che Dio te la mandi buona!»
Fu il giorno più bello della mia vita: ero felice. Sentivo che il mio sogno stava per concretizzarsi. In tutta quell’euforia, avevo tuttavia dimenticato una persona che aveva caratterizzato l’ultimo periodo: Daniela. Ci incontrammo nel pomeriggio e il tempo passò velocemente tra baci e abbracci, ma io non le dissi nulla della domanda in Marina.
Il nostro rapporto andò via via consolidandosi nei giorni a seguire.
Passarono tre mesi dalla spedizione della domanda. Una mattina rientrai da scuola e sulla mia scrivania trovai la risposta tanto attesa. Entro quindici giorni dovevo presentarmi a La Spezia per sottopormi alle visite mediche. Ero contento ma sentivo qualcosa di strano nello stomaco che mi faceva star male. In fondo “partire è un po’ come morire”. Quella poesia di Edmond Haracourt analizzata a scuola, dalle parole profonde e lontane, mi tornò in mente.
Quel pomeriggio mi chiamò Daniela dicendomi che la tata non era in casa e che aveva un po’ di paura a stare da sola.
Ricordo che i nostri corpi si unirono in una passione intensa e ci lasciammo trasportare dall’emozione che caratterizzò la prima volta e dall’inesperienza che aumentò la curiosità. Ci amammo per ore e non ci accorgemmo che fuori si abbatteva un violento temporale.
Rimanemmo sdraiati sul divano, avvolti da una copertina mentre il fuoco ardente illuminava e riscaldava la stanza. Mi sentivo in colpa per averla ingannata e per non essere stato sincero con lei. Non le avevo mai parlato della mia situazione economica, del mio sogno, dei miei genitori che mi facevano tanto soffrire.
Le comunicai la partenza che sarebbe dovuta avvenire entro due giorni. Pianse a lungo e in un primo momento mi rimproverò per non essere stato sincero. Poi capì che un mio sogno si sarebbe realizzato e tentò invano di convincermi a restare. Abbandonai timidamente il nostro nido d’amore, quella grande casa vuota che ci aveva ospitato in un momento così importante.
Guardo fuori dalla finestra e noto con piacere che ha smesso di piovere. La tempesta è finita, così come nel mio animo sono cessati i tuoni e i lampi. A volte fa bene ricordare, anche se i ricordi fanno male. È bello vivere il presente e ritornare al passato con uno sguardo attento al futuro.
Sono diventato Maresciallo della Marina inseguendo fino alla fine il mio sogno e ora, all’età di 30 anni, mi sento realizzato. Ho una moglie che mi ama e un figlio che adoro. Mi sono lasciato trasportare dai ricordi di Daniela e dei miei genitori che sono stati importanti nella mia formazione nonostante i numerosi problemi.
Ho viaggiato con la mente tra gli anni più bui e più significativi, tra i tormenti e l’amore, guardando un periodo della mia adolescenza con occhi diversi…
«Papà a cosa pensi?».
Gianluca D’Aquino
LA GUERRA, SOLA IGIENE DEL MONDO
Il rombo del motore a scoppio rimbombava fra le pareti metalliche dell’hangar, un richiamo reboante e ferroso, rigido di potenza imprigionata nei pistoni. La giornata era calda, afosa, il sole picchiava forte sull’asfalto infuocato. Il fragore del potente propulsore risuonò ancora in un colpo secco di acceleratore. Tutti si fermarono come d’incanto, poi l’enorme portone si aprì e laddove si pensava dover uscire un aeroplano, spuntò fuori, nel suo rosso fiammante, il bolide a quattro ruote con quell’inconfondibile numero bianco stampato sulla carena. Le persone applaudirono in uno scoppiettante batter di mani.
Qualcuno urlò: «Potenza!»
Gli fece eco un: «Velocità!»
Le persone parlavano ad alta voce, citando le parole che pochi anni prima Marinetti aveva utilizzato sulle pagine de “Le Figarò” per illustrare il Manifesto Futurista. Si citava l’amore del pericolo, l’abitudine all’energia e alla temerità, il coraggio, l’audacia, la ribellione, il movimento aggressivo, l’insonnia febbrile, il passo di corsa, il salto mortale, lo schiaffo e il pugno, ma sopra ogni altra cosa le espressioni affermavano ed esaltavano che la magnificenza del mondo si fosse arricchita di una bellezza nuova: la bellezza della velocità.
Ed eccola lì, l’immagine della potenza e della velocità, fiammate di ardore e di coraggio, audace e ribelle, febbrile e desiderosa di calcare le strade come un aereo i cieli, aggressiva come un carro armato sul campo di battaglia. Era uno strumento da guerra, pronto a dar battaglia all’immobilismo, alla pena, all’estasi e al sonno.
Ancora un rombo, potente e indisciplinato, 8 cilindri in linea con un sistema di sovralimentazione in soli 680 chili grazie al monoblocco non più in ghisa. Dal cofano adorno di grossi tubi simili a serpenti dall’alito esplosivo, usciva il ruggito che sembrava correre sulla mitraglia, più bello della Vittoria di Samotracia.
Il sole di maggio inoltrato scottava come fosse agosto, il bollore degli animi salì d’improvviso quando dal capannone spuntarono fuori i piloti che avrebbero guidato il nuovo simbolo dell’Italia delle corse: Tazio Nuvolari e Rudolf Caracciola.
«Inneggiamo all’uomo che tiene il volante!»
«Viva la lotta!»
La bellezza della lotta. Nessuna opera che non abbia un carattere aggressivo può essere un capolavoro.
Il debutto era vicino, il 5 giugno del 1932 sul circuito di Monza.
Giornalisti, fotografi e curiosi si accalcavano intorno alle transenne poste a poca distanza da auto e piloti, la gente applaudiva, fischiava, gioiva. Nessuno pensava ad altro che non fosse il desiderio di innovazione e rilancio, c’era voglia di novità, progresso, sfida e vittoria!
Era passato oltre un decennio dalla fine della guerra ma c’erano già all’orizzonte nuvole minacciose che non lasciavano ben sperare per il futuro. Il Regime aveva mire espansionistiche e l’Europa intera era un continuo fibrillare di idee malsane. La gente voleva vedere correre le macchine, desiderava sfidare gli avversari sulla pista, dove il tutto aveva un inizio e una fine e dove, salvo imprevedibili disgrazie, nessuno si sarebbe mai fatto del male.
Mario si sentì parte di quel momento come mai prima gli era capitato. Aveva poco più di trentanni e si sentiva soffocato dal recente passato, dagli anni della guerra e dal clima di scarsa libertà intellettuale che si respirava nel Paese. Tornò a casa, carico di entusiasmo per la vista di quel bolide che sapeva di innovazione, di futuro, di speranza. Corse in studio e aprì il cassetto dove conservava le poche cose importanti che avevano segnato un momento della sua vita. Rovistò fra alcuni ritagli di giornale e ne estrasse uno che poggiò delicatamente sulla scrivania. Era una pagina de “Le Figarò” del 20 febbraio 1909. Gliel’aveva regalata suo padre, poco prima di sparire sul Carso con una divisa del Regio Esercito Italiano.
Aveva ancora nelle orecchie il rombo di quel motore e con quella colonna sonora rilesse il Manifesto del Futurismo, come si trattasse di un pezzo di storia che, di quando in quando, andava rispolverato, assaporato, glorificato. Questa volta, tuttavia, quel ritaglio di giornale era una delle pochissime cose che aveva potuto portare con sé. L’unico legame con quel che più aveva di caro. Erano passati undici anni. Rincantucciato nell’inadeguata divisa, Mario cercava di ricordare il sole di quel giorno, i profumi, i suoni, i volti sorridenti. Interno a sé, adesso vedeva solamente quel che restava della due divisioni alpine Julia e Cuneense. Stava marciando da oltre quattro giorni a trenta gradi sotto zero, il bianco della neve e della nebbia nelle distese infinite attutiva ogni suono, appiattendolo, rendendo tutto privo di quel soffio vitale che aveva provato in quel caldo pomeriggio di maggio del 1932. Doveva essere il 21 gennaio 1943, a dirla tutta, ormai si era perduta la cognizione del tempo. I carri armati russi avevano sferrato un violento attacco sette giorni prima a Rossosch, costringendo l’Armata Italiana a ripiegare verso Podgornoje, prima dell’accerchiamento e del definitivo ordine di ritirare. Osservando un commilitone morire per il freddo e le ferite riportate, gli tornarono alla mente le parole di Marinetti: “Non vi è più bellezza se non nella lotta. Nessuna opera che non abbia un carattere aggressivo può essere un capolavoro. Noi vogliamo glorificare la guerra, sola igiene del mondo, il militarismo, il patriottismo, il gesto distruttore dei libertari, le belle idee per cui si muore”. Mario non sapeva se Marinetti avesse detto certe cose per il mero gioco della provocazione o se perché ci credesse davvero, ma di una cosa era certo, qui la gente moriva, forse presto sarebbe morto anche lui, e non vedeva bellezza nella lotta, nessun capolavoro nel carattere aggressivo delle cose, non si sentiva per nulla di glorificare la guerra o il militarismo, non vedeva igiene intorno a sé ma solo sporcizia, fetore, carni dilaniate, volti tumefatti, sangue, nessuna pulizia etnica o sociale, non aveva l’impressione che si stessero perdendo per strada i pezzi peggiori della società, reietti o chissà cos’altro, vedeva morire ragazzi giovani, padri di famiglia, contadini e laureati, non c’era patriottismo nei gesti ma solo disperazione, non aveva per niente belle idee per cui morire ma solamente il desiderio di tornare a casa.
Forse il pensiero di quell’uomo che indubbiamente aveva segnato a suo modo la storia, sarebbe morto con i militari caduti in Russia, magari il Futurismo e Marinetti stesso avevano i giorni contati così come Mario e i suoi commilitoni avevano le ore, i minuti, forse finanche i secondi contati.
Certo non poteva pensare che si trattasse solamente di una strumentalizzazione politica di chi la vedeva diversamente. Se fosse stata una mera contesa politica, avrebbe finanche potuto sostenerlo in virtù del suo credo. La guerra aveva portato via suo padre quando era solamente un fanciullo e adesso stava completando la sua opera.
Il silenzio senza fine era inquietante, sapeva di anticamera della morte. Mario osservò ancora il ritaglio di quel giornale, poi alzò lo sguardo al cielo. In certi momenti, si riesce a pensare talmente a tante cose insieme che probabilmente si arriva realmente a utilizzare quella grossa porzione del cervello che per tutta la vita è lasciata in un indifferente riposo. In certi momenti, probabilmente, si riesce a dare risposta anche alle domande più ostiche. Una timida lacrima tentò invano di precipitare sul volto ma il freddo la congelò. Mario aveva fatto pace con se stesso. Accartocciò il passato in una mano fredda, ormai priva di ogni energia vitale, chiuse gli occhi e sospirò, sospirò profondamente, per l’ultima volta.
Manlio Piazza
PASTA E CECI
Anche oggi è una bella giornata di pioggia, piove con intensità, con forza, con costanza, sembra che ci sia qualcosa di sporco che vada lavato a fondo, la pioggia porta in un’altra dimensione, in un altro tempo, in un tempo non vissuto, ma forse porta semplicemente a stare da soli e a pensare, a lasciare che la vita scorra con lentezza come il ticchettio dolce e costante dell’acqua piovana sui vetri che sembra quasi la sinfonia di un pianoforte. A volte si cerca una pausa dalla fretta con cui gira il mondo, un momento per stare da soli con se stessi, la pioggia è un mantra che ci fa ritrovare, che ci fa fermare e aiuta a vivere meglio, è una boccata di ossigeno per un sub sommerso nel mare del quotidiano che non capisce di essere sottacqua senza respiro.
La pioggia è sempre fonte di pensieri dolci e romantici, con la pioggia viene in mente la poesia o la pittura, ma ci sono dei sapori che si gustano meglio con un determinato clima e con una certa luce, cibi che forse mangiamo una volta l’anno, ma che ricordiamo per tutto l’anno di averli mangiati e ricordiamo anche il momento preciso in cui li abbiamo assaporati: oggi sono tornato a casa dei miei genitori, sono entrato, ho varcato la porta e sono stato avvolto da un’atmosfera tipicamente invernale, dall’atmosfera tipica della giornata di pioggia: una luce cupa, che dava calore a tutte le cose di casa, avvolto in questa luce d’ombra c’era un profumo che dava senso e sostanza a tutto l’ambiente domestico, un aroma delicato e persistente entrava nelle narici, erano i ceci, insieme a loro si sentivano altri ortaggi, carote, sedano, pomodoro, tutto in casa profumava di tradizione ed emozione.
I ceci sono degli esseri timidi per forma e natura, callosi al primo impatto, ma hanno un cuore dolce e intenso, sono teneri amanti della pasta all’uovo, con il gusto del grano si completano e sublimano la loro essenza con l’olio delle migliori olive che deve unire e non separare le loro nature. La cucina è un’alchimia, la cucina è come l’amore, bisogna dosare tutto nelle giuste proporzioni, due sapori si devono vicendevolmente esaltare, non ne deve esistere uno che domini l’altro, proprio come in una relazione d’amore. Ho sempre pensato che nella cucina i colori siano alla base di tutto, sono loro che guidano l’occhio nel gusto, sono loro che stabiliscono a priori gran parte del nostro giudizio, l’armonia cromatica dispone il palato alla giusta accoglienza. Se scavo nella memoria ricordo che nelle ricette tradizionali c’è un colore forte che domina tutti gli altri, nelle ricette più moderne prende invece valore la semantica e la semiotica, i piatti nel loro intero comunicano qualcosa, non danno solo sapori. Ma non tutti i giorni siamo pronti a voler capire, capita che invece si vuole essere coccolati dal ricordo di una tradizione.
La pasta coi ceci è un alimento povero e nutriente, fa venire in mente la cultura contadina e i passati anni sessanta con la cucina delle nostre nonne; ogni cibo umile ha una dignità forte che con la giusta atmosfera (quella invernale in questo caso) e il delicato senso della cucina si esalta e crea piatti di pregio. Nel cuore di ognuno di noi vive un piatto preferito e di solito è qualcosa di semplice, qualcosa che si è assaporato nell’infanzia, le portate semantiche tendiamo a goderle per l’attimo stesso in cui durano, poi difficilmente corrompono le nostre forti tradizioni.
Anni fa un famoso cuoco, proprietario di un ristorante che in Sicilia fa tendenza, mi confidava che nei giorni freddi amava la pasta con le patate, poteva sembrare banale ma il suo animo ricco di ricordi e nostalgia del passato la faceva divenire una tentazione a cui era difficile resistere. La proponeva anche ai clienti del ristorante nel menu del giorno, amava condividere i propri gusti con quelli dei clienti, ed era un vero successo, infatti, gli avventori dopo un’ipocrita disapprovazione si lasciavano tentare e ordinavano in un ristorante ricercato un piatto semplice. La cosa che li sorprendeva è che ritrovavano in quel piatto sapori perduti, per qualche minuto venivano avvolti da un onda di ricordi e si sentivano ancora bambini. Ho mangiato in quel ristorante per parecchi anni, guardando il tempo e la giornata sapevo cosa avrei trovato nel menù, potrei definire quella come una cucina delle stagioni e degli umori, tutti i piatti erano in sintonia con il clima e il tempo. Non serve cucinare bene, serve anche la sensibilità, è quella che conferisce la patente di cuoco e quella ben più importante di persona vera e profonda. Nel cibo c’è gran parte della nostra vita ed è anche la fonte stessa della vita, amo le persone che sanno fare emozionare, si possono creare emozioni anche con la cucina. Non c’è niente di meglio di condividere e gustare un piatto vicino alle persone che apprezzi, è uno scambio di piacere e di vita.
Vivete la vita giorno per giorno e mangiate giorno per giorno, con l’umore e l’atmosfera che vi respira accanto, a volte i programmi e le mete nascondono il lato romantico del vivere quotidiano.
Manuela Vio
CAOS INTERIORE
Era strano come si sentiva quella mattina Peter, come se non fosse lui, come se qualcuno o qualcosa si fosse impossessato del suo corpo, sentiva che la sua mente non gli apparteneva più. Uscì di casa alle otto, come tutte le mattine, ma non si diresse in ufficio, dove lo aspettavano tutti i suoi colleghi, dove avrebbe dovuto tenere una conferenza sull’inquinamento, dove una sala piena di ingegneri e di professori lo stavano attendendo, bensì prese la sua auto e si diresse fuori città, con la mente che vagava, guardava la strada ma era come se non la vedesse, faceva tutto automaticamente, cambiava le marce, frenava, accelerava, tutto come se non fosse lui a farlo ma qualcuno che gli dicesse cosa e quando farlo. La radio dell’auto era sintonizzata su una stazione dove trasmettevano unicamente canzoni degli anni ’80 il volume era alto, talmente alto, che quando gli squillò il cellulare, non lo sentì, non sapeva nemmeno dove era diretto, sapeva solo che quando si sarebbe fermato, voleva dire che era arrivato. Fece molti chilometri, viaggiò per circa tre ore, tra strade e stradine, il tempo meteorologico, cambiò varie volte, partì che era nuvoloso, poi durante il tragitto cadde prima la pioggia e poi la grandine, ammaccando il tettuccio dell’auto e una volta arrivato a destinazione vide l’arcobaleno, che lo fece sorridere per un attimo. Una volta sceso dall’auto, si rese conto di dov’era, cioè nel piccolo paese dov’era cresciuto ma dal quale era fuggito appena ne ebbe la possibilità.
«Che ci faccio io qui?»
si chiese, senza però trovare risposta.
Rientrò in macchina, si guardò un attimo intorno, prese il cellulare dalla tasca destra dei pantaloni.
Sette chiamate perse…
«L’ufficio…ma certo»
schiacciò il pulsante verde di chiamata.
«Sono Peter, mi avete cercato?»
«Se ti abbiamo cercato? Peter ma sei uscito di senno? Ma lo sai che qui avevi una sala piena di ingegneri e professori venuti apposta per la tua conferenza? Ti rendi conto della figuraccia che ci hai fatto fare?»
Questa raffica di parole fu per Peter come un tornare sul pianeta terra.
«Scusami Alex, non mi sono reso conto»
le frasi che Peter pronunciava, non avevano molto senso, sapeva dov’era, sapeva che stava parlando al telefono con il suo amico e collega Alex, ma non sapeva perché si trovava in quel posto, a tre ore di distanza da casa sua.
«Non ti sei reso conto di cosa? Peter ma stai bene? Dove ti trovi?»
adesso il tono di Alex non era più arrabbiato ma preoccupato, non aveva mai sentito il suo amico in quello stato confusionale.
«Sì, sto bene non ti preoccupare, adesso torno a casa»
riagganciò senza aspettare la risposta di Alex, il quale, dopo essersi sentito buttare giù il telefono, provò a richiamalo ma il segnale non prendeva la ricezione, oppure Peter aveva spento il cellulare.
Prima di mettere in moto l’auto, Peter spense davvero il cellulare, così nessuno lo avrebbe più disturbato, era stranamente irrequieto e non si sentiva di guidare, soprattutto perché sapeva che davanti a sé aveva un viaggio non indifferente, ma non poteva nemmeno lasciare lì l’auto e non se la sentiva di arrivare alla stazione per poi affrontare un viaggio in treno, che sarebbe stato sicuramente più snervante e faticoso che guidare. Così, senza tanto altro pensarci, si mise al volante e si immise nuovamente in strada, diretto questa volta verso la sua città, verso casa, consapevole di ciò che stava facendo. Il viaggio di ritorno fu tranquillo, anche se le sensazioni che inondavano Peter continuavano a renderlo particolarmente agitato, non riusciva a capire come aveva fatto ad arrivare fin lì, era la prima volta in vita sua che gli capitava una cosa simile. Durante il tragitto, non accese la radio, voleva stare tranquillo senza altre cose per la testa se non il fatto di come si era trovato in quella situazione, che comunque era già abbastanza a cui pensare.
Arrivò sotto casa dopo circa quattro ore, il traffico si era fatto più intenso, vista l’ora di punta. Parcheggiò nel garage l’auto sperando di non doverla più usare fino all’indomani mattina, salì i tre gradini che lo avrebbero portato nel suo confortevole, caldo e soprattutto conosciuto ambiente domestico. Era ancora in stato confusionale quando entrò in casa dirigendosi in cucina, dove si versò un bicchiere di whisky liscio. Con questo in mano, andò a sedersi sulla sua poltrona, sorseggiò il whisky di ottima marca e pensò a ciò che gli era appena successo.
«Ma come diavolo sono arrivato fin lì?»
si domandò ad alta voce. Si sentiva stanco e molto nervoso, voleva dormire, quindi appoggiò a terra il bicchiere e si sistemò sulla poltrona, abituato a dormirci quasi tutte le notti davanti al televisore acceso. Si svegliò di soprassalto, ricordando perfettamente il sogno o meglio l’incubo che aveva appena fatto, dove lui era il protagonista. Non ci poteva credere: in sogno si vedeva tornare nella sua vecchia casa, quella dove era cresciuto con i suoi genitori e i due fratelli minori, vedeva se stesso entrare in casa con cautela, sua madre era distesa sul letto che dormiva, le si avvicinava e con tranquillità prendeva il cuscino e la soffocava, per poi vedersi seduto sul letto accanto a lei, a tenerle la mano. L’incubo gli fece accapponare la pelle, prese il telefono e chiamò la madre.
«Pronto chi parla?»
«Ciao mamma, sono Peter, come stai?»
«Ciao tesoro, come mai mi chiami?»
Peter non era certo uno di quei figli che deve per forza sentire la madre ogni sera dopo cena, anzi era un tipo che se gli serviva qualcosa chiamava, altrimenti era capace di non farsi sentire per settimane, a volte per mesi.
«No niente, volevo sapere come stavi»
«Sto bene Peter!»
«Ottimo, allora ci sentiamo, eh»
«Va bene tesoro, chiamami se hai bisogno»
«Certo, lo farò senz’altro!»
e l’avrebbe fatto sicuramente se gli fosse servito qualcosa. Terminò la conversazione con la madre riagganciando il ricevitore e appoggiando il cordless sul fianco della poltrona. Si alzò, non voleva ancora dormire, l’incubo che aveva fatto era troppo strano, troppo brutto, troppo irreale, ma ne aveva paura. Ultimamente Peter non si sentiva bene, la cosa che gli era successa poche ore prima, era sì strana ma da una settimana a quella parte si sentiva lui stesso strano, gli girava la testa, aveva nausee in qualsiasi ora del giorno, non riusciva a dormire bene, anzi non riusciva a dormire proprio… avrebbe voluto urlare, tanto per sfogarsi, ma non lo fece solo perché aveva paura che i vicini andassero a bussargli alla porta e, nello stato in cui era, non aveva certo voglia di dare spiegazioni a nessuno, soprattutto a loro, che non gli stavano nemmeno simpatici. Uscì di casa per prendere un po’ d’aria, erano le cinque del pomeriggio ed essendo estate, il sole splendeva ancora alto in cielo, non prese la macchina, fece una passeggiata guardando le vetrine, si soffermò davanti a quella di una farmacia.
«Test di gravidanza che ti dice anche da quanto sei incinta!»
lesse ad alta voce.
«Ma pensa un po’, una volta per vedere se una era incinta doveva aspettare il mese dopo e adesso guarda te cos’hanno inventato»
continuò.
Andò a sedersi al solito bar, quello in cui passava la maggior parte dei sabato e domenica pomeriggio, solo che non era né sabato né domenica bensì mercoledì.
Ordinò il suo solito mezzo litro di birra rossa, non era un bevitore ma ogni tanto, un bicchiere di whisky o di birra non lo disdegnava, soprattutto se gli serviva per tirarsi un po’ su.
Cominciò a osservare le persone che passavano, immaginando la loro vita, cosa facessero, se fossero sposate o meno e soprattutto se fossero felici. Rimase seduto lì fino alle otto di sera, fino a quando il barista non gli disse di andar via perché stava chiudendo.
«Ehi Peter, su vai a casa sto per chiudere»
si conoscevano da diversi anni ormai.
«Sì, Bill. Grazie di tutto»
Pagò i suoi due bicchieri di birra e si avviò verso il parco, non aveva voglia di andare a casa, passeggiò, guardando il sole tramontare davanti a lui, la luce arancione illuminava il cielo e Peter si fermò un attimo ad ammirare quello spettacolo, non lo aveva mai fatto prima d’ora, non si era mai fermato a guardare il tramonto e non si era mai alzato presto per vedere l’alba, aveva sempre pensato che fermarsi a guardare una cosa che esisteva da millenni e che sarebbe esistita per altri miliardi di anni fosse inutile, tempo sprecato ma solo adesso si rendeva conto di ciò che aveva perso, perché un tramonto non è mai uguale a un altro.
Si sedette su una panchina e chiuse gli occhi, li fece riposare per un po’, non c’era nessuno in giro, erano tutti a casa a guardare la TV, a mangiare in compagnia dei familiari, lui invece era lì, seduto su quella panchina, da solo e stava bene, era sempre stato così, a lui non piaceva la compagnia, stava bene con se stesso e con nessun altro, forse era per questo che non si era mai sposato e che non aveva mai avuto una relazione duratura, appena si sentiva legato a qualcuno, scappava.
All’improvviso aprì gli occhi e non si trovava più nel parco bensì a camminare in una strada, una strada con delle macchine che andavano e venivano, non sapeva come ci fosse arrivato, era l’unica persona a piedi, la notte era arrivata senza che se ne accorgesse, riusciva a vedere i tratti della strada solamente grazie ai fanali delle auto che gli venivano incontro, a un certo punto le auto sparirono, non ce n’erano più, ma non era possibile, fino a un minuto prima la strada ne era piena. Vide una luce in fondo, pensò che fosse quella di un’auto, cominciò a camminare per raggiungerla sperando di poter farsi dare un passaggio, ma non arrivava mai, camminava sempre più velocemente fino a correre, ma la luce era sempre più distante, il buio lo avvolgeva, cominciava ad avere paura, un brivido gli salì su per la schiena facendogli accapponare la pelle, cadde a terra inciampando su qualcosa, tornò indietro per vedere cosa fosse ma non riuscì a capire, forse un tronco d’albero, forse una roccia o chissà cos’altro, era troppo buio per vedere qualcosa, faticava a mettere a fuoco anche le sue mani, continuò a camminare verso quella luce ma non riusciva a raggiungerla, allungò la mano in cerca di qualcosa, non sapeva nemmeno lui cosa, voleva essere aiutato, voleva che passasse un’auto così da poterla fermare e farsi portare in salvo, dove il buio non era più padrone del mondo, dove non avrebbe avuto più paura. Sbatté contro un muro cadendo all’indietro, era l’inizio di un tunnel. Pensò che la luce che stava inseguendo fosse la fine di quel tunnel, ci si addentrò senza tanto pensare, continuava a correre, il tunnel era ancora più buio della strada, strisciava la mano sul muro per potersi orientare, non finiva mai, uno stormo di uccelli lo attaccò, si chiedeva da dove fossero venuti, non riusciva a capire, a capacitarsi, tutto era così strano e irreale, cercava di coprirsi il viso ma gli uccelli riuscirono a ferirlo. Il suo volto era rovinato, adesso piangeva, non ce la faceva più, voleva tornare indietro, voleva uscire da quel tunnel e tornare nella sua casa, con le sue cose, la sua poltrona i suoi libri, ma non poteva e se ne rendeva conto, non era un sogno quello che stava vivendo, ma la vita reale, cadde di nuovo ma questa volta sbatté la testa perdendo i sensi. Le ore passarono e si fece giorno, si svegliò e si ritrovò a casa ma non in quella che viveva adesso bensì la casa della sua infanzia, era sdraiato sopra il cadavere della madre e stringeva tra le mani un cuscino. Guardò la madre immobile e priva di vita, si rese conto della situazione, anche se non sapeva come fosse successo, sapeva di essere responsabile della morte di sua madre, della persona che l’aveva messo al mondo e cresciuto. Non poteva convivere con questo peso: andò in bagno, aprì l’armadietto dei medicinali e cercò dei sonniferi, ne ingoiò un flacone intero. Tornò quindi in camera della madre, gli si distese accanto prendendole la mano e aspettò…
Mariaelena Malaspina
SORELLE
Eccoli, stanno arrivando di nuovo, ma questa sera sarà l’ultima sera.
Quante volte ho detto a Maria di smetterla di fargli gli occhi dolci, di finirla con quell’atteggiamento permissivo che lascia intendere quello che non è. Perché ne sono convinta, se siamo sangue dello stesso sangue, è impossibile che lei tolleri tutto questo. Eppure se ne sta lì, sulla poltrona a cucire, alzando gli occhi di tanto in tanto, giusto per far sentire quell’essere spregevole un uomo ancora piacente.
Ieri sera ha portato una bottiglia di vino alla mamma per festeggiare San Filippo, patrono della città in cui è nato. Ero nell'orto che stavo dando da mangiare alle oche e ho sentito quella voce disgustosamente squillante, quell’alternare mezze parole come a voler continuamente dimostrare di essere qui per caso. Ha preteso che anche io e Maria bevessimo con loro. Per fortuna, la loro avarizia ce ne ha concesso un solo dito.
La mamma non li perde di vista un secondo, da quando entrano in casa a quando ubriachi si addormentano sul tavolo. Ha paura che io non mi sappia trattenere e ancor più che possa succedere qualcosa a Maria. Sono tre anni che sopporta tutto questo: ogni sera, ripete gli stessi gesti, ma non in modo meccanico, piuttosto con fare estraneo, quasi a non voler ammettere quello che sta succedendo.
Quando torno a casa da scuola, invece, i suoi occhi tornano a vivere, quando mi chiede di vedere i disegni dei bimbi sento un’emozione che pulsa dietro quell’azzurro cristallino.
Ma questa sera sarà l’ultima volta. Domani finalmente torneremo a essere solo noi tre.
Speriamo di fare in fretta, oggi mi sento più insofferente del solito, sarà che non faccio che pensare a domani, alla voglia che la notte fugga e il sole sorga al più presto.
Ancora cinque minuti, il Colonnello finisce le uova e corro su per le scale in camera, non provo neanche a dare un’occhiata a Maria. Anzi, mi alzo ora, questa regola di dover aspettare che finisca lui è davvero ridicola.
«Dove vai, Pina?»
«Buona notte Mami, vado a dormire, domani porto i bimbi al mulino di Carrega, devo alzarmi presto»
«Carrega Partisan!»
Vedo il Colonnello che maldestramente sfila qualcosa dalla tasca, la mamma inizia a urlare e una scintilla rossa sfuma tra le sue mani. Lentamente guardo a terra e vedo la piastrella a fianco del mio piede sinistro perforata.
Non ho sentito il colpo però. Non ho sentito niente.
Ora sento le lacrime di mia madre che mi scivolano rapidamente sul collo, e la sua voce:
«Andatevene! Raus! Fuori dalla mia casa! È solo una bambina, cosa volevate fare!»
Se ne vanno, intimoriti dalle urla di una donna, dalla forza della disperazione, dalla potenza della sua voce.
Che puzza che ha fatto quel colpo, sarà meglio che domani non lo racconti al comandante Carlo, la tensione in montagna è salita nelle ultime settimane, di pacchi non ne sono più piovuti e le armi iniziano a scarseggiare.
Non riesco a prendere sonno, continuo a immaginare la sequenza che devo svolgere domani. Non è nulla di diverso rispetto alle ultime tre volte, stessa dimensione, stesso percorso, stessi tempi. Eppure una strana eccitazione dal sapore amaro della paura continua a tenermi sveglia.
Dopo la scena di questa sera, dopo aver visto la frustrazione di mia madre, sono ancor più impaziente, sento che dobbiamo sbrigarci, appoggiarci solo sui noi stessi.
I bambini sono stati davvero docili questa mattina, hanno bisogno di vedere la normalità. Solo quando ci cancelleranno anche il ricordo della normalità avranno vinto.
Mentre ci arrampichiamo lungo il sentiero che porta al mulino, raccolgo in fretta il pacco dalle mani di Cucciolo, che mi aspettava accovacciato dietro la terza Madonnina.
Non ho potuto neanche salutarlo, volevo chiedergli se avesse notizie di Franco, suo fratello, non sappiamo dove sia finito, speriamo sia sui treni.
E ora si parte. L’aria è fresca e il sole mi riscalda la schiena mentre tento di prendere un po’ di velocità, aumento le pedalate, non devo esagerare, frenare il minimo possibile e rimanere a lato della strada.
Il pacco l’ho stretto intorno alla pancia, tra il bustino e il vestito, poi mi sono chiusa anche il cappotto. Stai tranquilla Pina, non si vede nulla, quello di Natale era molto più grande, quasi il doppio.
Finalmente, la sensazione di leggerezza, la paura che scompare e rimane solo quella che mia madre chiama incoscienza.
La sento nello stomaco, come un serpente che si aggroviglia, come un battaglione di farfalle che vengono liberate.
Mi sento viva e allora pedalo, pedalo e sorrido, soddisfatta di me stessa.
Perfetto, sento suonare le quattro.
Gin mi aspetta verso le quattro e mezza dietro l’orto, a quell’ora sta per scendere il coprifuoco e i soldati si stanno preparando per uscire e andare a dare il cambio ai blocchi.
Chissà cosa sarebbero stati i miei vent’anni senza la guerra, cosa avrei potuto fare. Ci penso tutte le volte che sono in azione e tranne qualche raro volo pindarico, non riesco a sognare un passato diverso.
Cosa stai facendo? Non devi frenare così di colpo, altrimenti ti fermeranno sicuramente. Ma cosa ci fanno lì? Carlo doveva essere di guardia e mandare qualcuno ad avvisarmi. Stai calma Pina, il pacco non si vede, stai tornando da scuola, hai con te il permesso. Respira piano, prendi fiato, non sono solo tedeschi. Cosa ci fanno quegli uomini ai lati della strada? Perché c’è anche un camion?
«Alt!»
Inizio a frenare, mancano ancora dieci metri dal soldato, sono calma, il cuore sta per soffocarmi in gola, le farfalle si sono trasformate in vermi e vorrei vomitarli fuori. Devo solo respirare e fare come sempre.
«Permessa! Dammi tuo permessa»
Il permesso è in tasca, ora lo tiro fuori, eccolo. Sento un vociare provenire da dentro il camion, sono altri soldati in divisa, c’è anche il Colonnello, sta scendendo, mi vede, viene verso di me. Strappa dalle mani del soldato il mio permesso e con passo svelto si avvicina.
«Io amo Maria»
Mi lancia il permesso e mi fa passare.
Pedalo, pedalo. Voglio urlare, voglio correre dalla mia sorellina, voglio abbracciarla così forte e dirle che è tutto merito suo. Pedalo più forte, Gin si starà preoccupando.
Massimo Leitempergher
LO ZINGARO
Giocare con lo specchio è una perversione.
Ancora di più se lo fai in macchina.
I semafori sono il via ipotetico per proseguire sul tabellone e cercare di evitare la galera e correre poi verso il traguardo-arrivo per le ventimila lire da ritirarsi.
O pardon, devo aggiornarmi, siamo nell’era dell’euro.
Eppoi lo sanno tutti che la macchina rilassa.
Cioè.
Non proprio la macchina.
Guidare.
La musica che esce dall’impianto, sei casse.
Pompano.
Pompano di brutto.
Ma il pompaggio lo devi conservare per le occasioni in cui sei da solo, in autostrada, di notte e allora scateni i watt.
Ai semafori devi tenere un volume controllato, soprattutto in estate, se sei un pezzentone senza l’aria condizionata, che viaggia con i finestrini abbassati.
Io, l’aria condizionata, ce l’ho e mica manuale.
Automatica.
Ma basta con le digressioni.
Ritorniamo agli specchi.
Per esempio lo specchio sopra il letto è da tamarri.
Lo specchio nell’ingresso è piccolo borghese.
Lo specchio etnico è troppo Ikea.
Solo specchio, in bagno, è finto ricco.
Ma lo specchio in macchina è un divertimento.
A parte il fatto che è obbligatorio.
Divertimento perché funziona come uno slumatore.
Slumatore?
Do you know?
Guardi chi ti sta dietro, senza essere visto, quindi slumi.
Oddio la visione di un barbone (non in senso letterale, cercate di capire) che si infila due dita nel suo bel naso da puglie fallito, non rappresenta proprio la slumata perfetta.
Neanche una vecchia che scuote i suoi gioielli sul suo macchinone nero, mentre pensa a quel giovane che l’ha servita nel negozio della frutta e verdura di qualche ora prima.
Capiamoci.
Cinquant’anni e per me sei vecchia.
Io, al volante della mia Mini One full optionals, sono giovane e lo sarò anche a cinquant’anni, perché io ci arriverò con stile.
C’è un tale che ha capito tutto della vita.
Mi pare che si chiami Lombroso.
Insomma.
Non è che sappia poi così tanto di lui.
Mi pare che abbia una teoria: più o meno ricostruisce il carattere delle persone dalle fattezze fisiche.
Mi pare.
Nel senso che ho cercato sui giornali qualche articolo che parlasse di questa nuova dottrina, ma non ho trovato niente.
Pazienza.
Dovrò cercare, come sempre, sul google.
In tutti i casi lui sarà stato bravo a metterla per iscritto, ma io sono stato certamente il primo a pensarla.
E il tutto è nato proprio qui, in macchina.
Anni di allenamento.
Slumate, appunto.
Ecco la base della teoria.
Anni di slumate e ricostruzioni caratteriali, attraverso il fido specchietto retrovisore.
Beh, una cosa va detta.
Io, ‘sta teoria l’ho pensata per primo, ma forse ha una pecca.
È sostanzialmente rivolta verso le sole donne.
Che se ci pensi poi, di ricostruire il carattere dai volti degli uomini che mi frega.
Mica devo rimorchiare uomini, io.
Ora, lo so, potrei addentrarmi nelle varie pieghe della teoria e farvi capire per bene il tutto, ma non voglio tirarvela per le lunghe.
E così, in questa mattina, fredda (penso, io qui in macchina ho il riscaldamento a palla), ma soprattutto sterile di sole, mi incolonno con le solite pecore belanti per raggiungere il recinto ed entrare, per produrre il latte-lavoro quotidiano.
C’è il solito coglione che stamattina ha deciso di lasciare la freccia agli indiani, il solito maniaco del sorpasso alla Tomba, il solito cortese che fa ginnastica al volante, alzando a turno il dito medio, il mignolo contemporaneamente all'indice e quando è brillante forte anche il pollice (sempre contemporaneamente alle altre due dita), tutto ciò, io lo considero un augurio, che volentieri ricambio, appena si permette di farlo a me, la solita stordita che pensa che ogni ora sia buona per prendere il tè e i pasticcini e quindi decide di esasperarti con la sua lentezza, il solito vigile, che tutto vede e niente fa.
Insomma una giornata come sempre.
Alla radio, un presidente parla di come ieri sera la sua squadra abbia dato dimostrazione di come si deve giuocare al calcio, più o meno con sei u e tre o, quindi diventa il giuuuuuuoooco del calcio, sento un odore strano, mi faccio un appunto mentale e mi annoto che devo pulire gli interni.
Ma non distraiamoci, stiamo per arrivare al semaforo.
E allora rallento.
Rallento ancora.
Son quasi fermo.
Arancione.
Rosso.
Ecco.
Ora due minuti ed un secondo di stop.
Lunghino, vero?
L’incrocio è di quelli bastardi.
Accarezzamento dei capelli.
Sollevazione della palpebra.
Diciotto gradi di torsione.
Si parte.
La slumata.
Mini invocazione a qualunque divinità sia nei paraggi.
Niente barboni, per favore.
Non questa mattina.
Minima esitazione.
Eccola lì.
Prima mini slumata, alla grande.
Adesso la seconda, di approfondimento.
Buona la prima e la seconda.
Quel capello lungo, semi-curato.
Il fumo della sigaretta a semi-nascondere.
Qui a furia di semi, qualcosa nascerà, no?
Quel filo di trucco.
La mancanza di orecchini.
Il grosso anello, sul pollice, in cerca di qualcosa sul cruscotto.
Quattro calcoli.
Due secondi.
Identikit svelato.
Te la faccio sudare, perché io sono finto progressista, ma poi te la do.
Certo, un po’ catto-comunista lo sono ancora.
Quindi di farmi un pompino alla prima volta, non se ne parla proprio.
Comunque.
E qui la fortuna sfacciatamente mi viene incontro.
Cioè.
Normalmente sarebbe una enorme rottura di cazzi.
Ma questa volta il giovane zingaro ci sta come il burro in un panino con l’acciuga.
Allora sono un fulmine nell’architettare.
Pulsante.
Il vetro scende un poco.
Lui subito si avventa.
Gli dico quello che devo dirgli.
Controllo nello specchio.
È distratta.
Gli do quello che devo dargli.
Controllo nello specchio.
È distratta.
Rialzo il vetro.
Lui scatta.
Dai, muoviti.
Controllo.
Un minuto ancora.
Ce la possiamo fare.
Io alterno specchio retrovisore a quello laterale.
Lo vedo che si impegna.
Bussa.
Sorride.
Sventola i fiori per bene.
Lei fa finta di non vederlo.
Lui batte più forte sul vetro.
Lei si gira verso di lui.
Lui le dice qualcosa, ma il clacson del TIR, che passa nell’incrocio davanti a me, mi impedisce di capire cosa le ha detto.
Lei gli da le spalle e si piega per prendere qualcosa nella borsa.
Ma no, non hai capito una mazza mia giovane pulzella.
Ho già pensato a tutto io.
Mi sfiora, per un micro centesimo, l’accoppiata zingaro-insistente e per fare la doppia coppia penso anche a zingaromaschio-donna indifesa.
Ma i dubbi atterrano dolcemente.
Riemerge.
Le vedo nuovamente il volto.
Mi tranquillizzo.
Guardo lui.
Adesso si che è deciso.
Poi però.
Gli spara.
GLI HA SPARATO.
DIRITTO IN FACCIA.
SI, SI, IN FACCIA.
È riuscito ad aprire la porta.
E LEI GLI HA SPARATO.
Fine dei due minuti ed un secondo.
È verde.
Adesso non mi dite che è colpa mia questo casino.
No.
Mi rifiuto.
Solo perché gli ho detto “Ti do venti euro, devi andare dalla ragazza della macchina dietro la mia, consegnale una rosa e dille che è da parte di quello nella macchina davanti alla sua. Senti, guarda che se per caso scappi, io ti prendo e ti spacco le gambe con il crick, te lo giuro. Vale lo stesso se non riesci a consegnarla, hai capito?”
Per un attimo penso al Lombroso e mi dico che forse non ha capito un cazzo, LUI.
ALESSANDRIA-ITALIA-6/2009
*cover Benedetta Cappa Marinetti
www.myspace.com/gianlucadaquino
clip "In ricordo di Luce Marinetti" http://www.youtube.com/watch?v=Goet317sQyc
03:01 Scritto da: asinorosso1 in E-BOOK, libri e fumetti | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | Tag: neofuturismo, luce marinetti, alessandria, gianluca d'aquino, scrittyra postmoderna, dietro l'arte | OKNOtizie |
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